Dimmi che metodo hai e ti dirò se vai

novembre 17, 2017 11:24 am Published by Leave your thoughts

Applicare un metodo in ambito imprenditoriale significa anche pensare al successo non tanto come ad un traguardo raggiunto casualmente ma grazie ad una serie di piccoli passi che costruiscono una struttura duratura.

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Giorni fa, una mamma e una figlia, sono venute da me intenzionate ad avviare e rilevare un’impresa e desiderose che le aiutassi a capire se il prezzo proposto dal venditore fosse giusto.

Non esiste un prezzo giusto, ma il prezzo che fa incontrare la domanda con l’offerta”, è stata la mia premessa; il succo del mio intervento è stato far capire alle due neo imprenditrici, l’importanza di avere un metodo chiaro per “progettare e costruire” una nuova attività imprenditoriale e che, solo nel contesto di un progetto di tale attività, avrebbe potuto trovare spazio la definizione di un valore economico dell’offerta da presentare all’acquirente.

Di fronte a queste due persone ho avuto l’impressione che le mie parole non venissero ascoltate: gli aspetti soggettivi ed emotivi prevalevano. La madre era posseduta dal desiderio di acquistare l’attività già agognata da giovane quando aveva avuto occasione di lavorarci, mentre la figlia ambiva ad iniziare un’attività in proprio, che la liberasse dal suo attuale datore di lavoro. Queste forti motivazioni personali appannavano la loro ragione, e più insistevo su concetti di progetto imprenditoriale, di metodo, di lavoro preparatorio alla definizione di un’eventuale offerta e più loro non mi stavano ad ascoltare. Non riusciva a sfiorarle nemmeno il concetto che una simile attività sarebbe potuta essere intrapresa anche senza comperarne una precedentemente avviata, ma solamente trovando un locale da adibire a ciò.

In un altro caso, marito e moglie che gestiscono tre punti vendita mi hanno interpellato per essere supportati nella scelta, che pensavano di compiere, di chiudere uno di questi negozi considerato in perdita. Di fatto loro avevano già scelto, ma per scrupolo hanno preferito confrontarsi con una persona che stimavano professionalmente. Li ho incontrati, pensando di analizzare report economici e finanziari del punto vendita, già visti ad analizzati da loro e quindi di avere dei numeri che supportassero la loro decisione. Ma cosa scopro? Non esistevano numeri precisi, ma solo un foglio costruito dal loro attuale commercialista con degli appunti e dei numeri di cui non conoscevano il completo significato. “Ma scusate”, chiedevo io:” su che basi state valutando la chiusura di tale punto vendita?” La risposta è stata: “I ricavi sono in calo, ma soprattutto abbiamo la sensazione che il punto vendita perda…”. Ho dato un’occhiata al bilancio in formato Cee della società che raggruppava ricavi e costi di tutti e tre i punti vendita, e cosa scopro? Che era tutta la società in perdita, ma non solo l’anno precedente, ma anche quello prima. Da questo ho insinuato loro il dubbio: “Ma siete sicuri che stia perdendo solo il punto vendita che volete chiudere? Non è che perdono tutti e tre i punti vendita? Non è che forse va modificato il modello di business complessivo?”. Per poter rispondere a queste domande era però opportuno costruire un modello di analisi economico-finanziaria dell’andamento dei tre punti vendita, sia rispetto ai periodi passati e soprattutto con le previsioni future. Andava costruito un metodo di raccolta ed elaborazione dei dati statistici disaggregati, ma al contempo l’analisi andava allargata anche ad altri aspetti dell’impresa, non solo l’area economico-finanziaria, ma anche il marketing e la valorizzazione delle persone che lavoravano nei vari punti vendita. “Non c’è tempo” mi è stato risposto… “Abbiamo necessità di decidere velocemente se chiudere il punto vendita per far partire o meno i saldi di chiusura totale e così anticipare i saldi di fine anno”.

Quando si vuole raggiungere una meta od inseguire un obiettivo, è facile essere presi dalla tentazione di fare delle semplificazioni pericolose utilizzando un paradigma mentale tipico della scienza classica, in cui l’ordine e la semplicità erano considerati principi assoluti, indici di normalità. Invece oggi sappiamo bene che il caos non è frutto di una stortura nello sguardo dell’uomo, ma che la realtà è sinonimo di complessità. A partire dal brodo primordiale (caos assoluto!), fra le interazioni casuali, la vita è ciò che si organizza in sistema e si auto-riproduce. Se si accetta di partire dalla realtà come caos/complessità, non si guarderà così lontano all’obiettivo, alla meta, ma li si terranno sullo sfondo e ci si domanderà “qual è il piccolo passo da fare adesso, che mi permetta di mettere in collegamento ed in comunicazione gli elementi di questa complessità e di compiere un passo…. E dopo questo, un altro passo ancora? In cammino verso… la meta”.

Questo modo di procedere è alla base del darsi un METODO, che al di là dei risultati più o meno immediati, permette di concentrarsi su qualcosa che possiamo controllare, (le nostre azioni), piuttosto che su qualcosa che non possiamo controllare, (come l’imprevedibile mondo esterno o l’eterogenesi dei fini).

Applicare un metodo in ambito imprenditoriale, significa anche pensare al successo, non tanto come il traguardo raggiunto grazie a accadimenti fortuiti o a fulminee intuizione, ma come stile di vita che conduce, passo dopo passo, alla costituzione di una struttura, di un modo di essere che darà dei frutti positivi, stabili o perlomeno più controllabili e meno soggetti a sbalzi umorali del mercato e dei soggetti coinvolti.

Più poeticamente, adoperando un’espressione di Edgar Morin, (prestigioso sociologo ora ultranovantenne, studioso di complessità umana e metodo), utilizzando un METODO permettiamo che l’ordine, in dialogo con il disordine, possa trarre da questo Universo a pezzi un’organizzazione vitale.

Già nel lontano 1637, il famoso Cartesio, emerito filosofo/pensatore, con il suo Discorso sul metodo, aveva affermato che un metodo è necessario per condurre i propri pensieri a distinguere il vero dal falso. Questa affermazione è considerata la pietra miliare di quella che viene considerata la filosofia moderna.

Le regole del metodo di Cartesio sono 4 semplici precetti, ancora così calzanti per l’essere umano di oggi, che mi piace riportarli per intero, (mentre li leggete, provate ad utilizzarli per analizzare lo stato di salute degli esempi esposti all’inizio di questo scritto):

PRIMA REGOLA: l’evidenza o chiarezza e distinzione. Non accogliere mai nulla per vero…; evitare accuratamente la precipitazione e la prevenzione.

SECONDA REGOLA: l’analisi. Dividere ciascuna delle difficoltà che esaminassi, in tante parti quanto fosse possibile.

TERZA REGOLA: la sintesi. Condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi.

QUARTA REGOLA: l’enumerazione completa. Far dappertutto delle enumerazioni così complete, e delle rassegne così generali, che fossi sicuro di non omettere nulla. [1]

380 anni dopo le teorie di Cartesio, possiamo affermare che nell’attuale mercato è obbligatorio avere un metodo per poter governare la propria impresa e fare in modo che si affrontino, con le giuste possibilità di successo, le tempeste tipiche dell’economia. L’imprenditore non può improvvisare, non può saper fare solo il proprio mestiere basandosi sulle proprie conoscenze tecniche o avere solamente un bel sogno imprenditoriale, un bel obiettivo da raggiungere e tanta motivazione ed energia.

Nel secondo esempio citato, alla luce dei numeri e di una nuova strategia di marketing, si sta lavorando al rilancio del punto vendita “incriminato” e alla chiusura del punto vendita che fatturava di più e che sembrava tenesse in piedi il bilancio della società.

La realtà imprenditoriale vicina a noi, ancora una volta, ogni giorno ci dimostra che… non di solo metodo si vive, ma che senza metodo si muore.

Come diceva Cartesio, “non basta la buona intelligenza: quel che più conta è di applicarla bene”.

 

Gigi Turla feat. Daniela Corioni

 

[1] René Descartes, Discorso sul metodo,  a cura di Gustavo Bontadini Ed. La Scuola, pagg. da 37 a 39.

 

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